VENEZIA
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Fu
in questo lasso di tempo di "non belligeranza" che il Visconti
tentò, attraverso la figlia e con suoi fiduciari, di attrarre
di nuovo a sè il Carmagnola con approcci che il condottiero, onestamente
e puntualmente riferì a Venezia senza però riuscire ad attenuare
i sospetti di tradimento che lo stesso Visconti aveva ad arte
diffuso tra i notabili veneziani. La Serenissima Repubblica, diffidente
dopo l'ultima sterile campagna militare condotta dal suo comandante
supremo, ordinò al Carmagnola di interrompere ogni eventuale collegamento
con il Visconti e da Brescia, ove si trovava con la moglie Antonia
Visconti e le figlie, il condottiero fu richiamato d'urgenza a
Venezia col pretesto di un parere intorno alle trattative in corso.
Il Carmagnola, forse ignaro di quello che lo aspettava, giunse
in laguna con una scorta d'onore ma, poco dopo, il 27 marzo, fu
arrestato su ordine del Maggior Consiglio. Malgrado il vastissimo
scalpore suscitato da questa improvvisa ma premeditata azione,
fu processato il 9 aprile, condannato a morte per alto tradimento
e decapitato il 5 maggio: era l'anno 1432. Al suo posto, al comando
supremo dell'esercito veneto, la Repubblica elesse il fidato alleato
Gianfrancesco Gonzaga , che inviò in alta Valle Camonica molti
soldati agli ordini del provveditore Giorgio Cornaro. Alle truppe
della Repubblica furono affiancate anche mille Cernide bresciane
che erano state arruolate nelle nuove terre assoggettate alla
Serenissima e poste sotto il comando di Giacomo Trivella e di
Antonio Ducco Questa importante spedizione era stata elaborata
dal comandate in capo per la necessità di mettere in opera un'azione
militare che, salendo dalla vallata dell'Oglio, minacciasse direttamente
il cuore della Lombardia facendo affluire truppe attraverso la
Val Sassina e la Val Tellina. Il passaggio dell'armata in Valle
Camonica non fu casuale poiché si era ridestata, nel comando veneto,
la forte preoccupazione del risorgere di simpatie viscontee in
alcuni paesi e rocche della Valle dove, tuttora restavano grandi
l'influenza e la fedeltà di alcune famiglie ghibelline, partigiane
del duca milanese. Il Cornaro, che si era incautamente spinto
fino alla importante e ben difesa piazzaforte di Tirano, passando
per il passo del Mortirolo, venne colto di sorpresa dalle truppe
milanesi, guidate abilmente dal Piccinino, fu sconfitto e fatto
prigioniero lui stesso con molti dei suoi.
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