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XI
Tutti
erano profondamente compresi nel loro compito e tutti erano vestiti
con abiti sontuosi e degni della solenne circostanza, le armi lunghe
e i pugnali erano banditi e solo le guardie del podestà portavano
le picche da parata. Dopo le preghiere propiziatorie, le benedizioni,
le incoronazioni e le presentazioni di rito iniziò un lungo e prosaico
dibattito che comunque si risolse in un "solennissimo accordo" in
cui tutti giurarono una "stabile e perfetta concordia e pace", si
giurò altresì, dalle due parti, di restituire "ai veri" proprietari
le terre e i beni rubati e vennero chiamati a supremi garanti del
giuramento il Vangelo e le Sacre Scritture. Un capitolo a parte
prevedeva il giuramento e la promessa di "licenziare tutte le bande
armate" e di radere al suolo e non più ricostruire i fortilizi atti
a nascondere e ospitare armati. Tutti apposero le loro firme, i
loro sigilli o le loro sigle e tutti ri-giurarono fedeltà al patto:
era stata siglata la "Pace di Breno" detta anche "l'accordo del
ponte Minerva". Nel 1403 morì Gian Galeazzo Visconti e i suoi successori
ripresero ad appoggiare apertamente le ambizioni dei ghibellini
Federici. Nel 1404 Gian Maria Visconti, nuovo duca di Milano, infeudò
Brescia e la Valle Camonica a Giovanni Piccinino Visconti. Questa
mossa politica fu messa in atto per contrastare il crescente potere
di Pandolfo Malatesta, che era stato infeudato dagli stessi Visconti
come signore di Brescia, ma che poi si era reso indipendente e era
divenuto un temibile avversario degli stessi duchi di Milano. Approfittando
della estrema confusione che regnava nelle terre bresciane, le fazioni
camune in lotta per il predominio della valle, si appoggiarono ai
Visconti per la parte ghibellina e al Malatesta per la parte guelfa.
Un significativo esempio dell'asprezza di queste lotte si ebbe nella
notte di Natale del 1409, quando molti armati guidati da Giovanni
Federici di Mù sterminarono tutti i componenti della famiglia dei
Nobili di Lozio, compreso il famoso Baroncino, capo della parte
guelfa. Della potente, rapace e avventurosa famiglia dei Nobili
che, fino ad allora, aveva avuto una grande influenza politica ed
economica nella media valle, non rimasero che due ragazzi che, al
momento della strage, non erano nel castello avito, ma si trovavano
per studi a Bergamo e a Brescia. Da allora i Nobili di Lozio scomparvero
dai vertici della vita politica della Valle Camonica. La notizia
della strage di Lozio giunse fino a Milano e a Brescia e, approfittando
dello sdegno di questo eccidio Pandolfo Malatesta, proseguendo nei
suoi piani di conquista della Valle Camonica, fece affluire delle
sue truppe in alcune rocche della valle. Saldamente attestato in
alcune terre e castelli a lui fedeli, il Malatesta, spalleggiato
direttamente da Venezia, che aveva allargato la sua espansione territoriale
e di influenza politica verso ovest raggiungendo le coste del lago
di Garda, sembrò in un primo tempo avere la meglio sulle schiere
milanesi. La lotta, sempre molto accesa e violenta, rimase incerta
fino al 1419 quando, per diretto intervento delle truppe ducali
di Milano, allora guidate dal Carmagnola, la Valle Camonica ritornò
nell'orbita del potere dei Visconti. Ma il rafforzato potere visconteo
in valle fu di breve durata. Venezia, nelle sue campagne di conquista
sulla terraferma, entrò in possesso anche delle terre bresciane.
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