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Questa vendita, che allargava di molto il potere territoriale e l'influenza politico commerciale dei bergamaschi verso la Valle Camonica e dunque verso le terre bresciane del Sebino, fu subito contestata dal vescovo di Brescia che si sentì obbligato a intervenire direttamente con le armi in nome del "diritto antico e della rappresaglia". A sua volta Bergamo inviò truppe sul posto e gli scontri, inevitabili, furono violenti e sanguinosi ma non portarono esito alcuno o vantaggio di parte e proseguirono, con alterne vicende, per quasi 30 anni, fino al 1154. Fu in quell'anno che la contesa sembrò risolta, almeno ufficialmente e sulla carta, da un editto dell'imperatore Federico Barbarossa che, sentite le parti in causa, emise una sentenza favorevole alla curia di Brescia. Rientrato il Barbarossa in Germania, per sedare una delle tante rivolte della sua irrequieta nobiltà teutonica, nell'anno seguente, i bergamaschi, confutando l'ordinanza imperiale, ripresero le ostilità con piccoli scontri e scaramucce finchè, nel 1156, i due schieramenti opposti si scontrarono in campo aperto in una battaglia che si svolse nei pressi dei castelli di Pontoglio e di Palosco. Malgrado fossero state le truppe bergamasche ad attaccare per prime, sentendosi superiori per numero, la vittoria alla fine fu delle truppe vescovili Bresciane che sbaragliarono quelle comunali di Bergamo: da questi venne chiesta una tregua e si giunse così alla stipula di un accordo di sospensione delle ostilità e alla successiva pace di Palazzolo. Sconfitti sul campo e pesantemente penalizzati dalle clausole di cessioni territoriali nelle trattative, i Bergamaschi mutata anche la situazione politica generale in tutto il nord Italia e cambiate le alleanze con l'impero germanico, pensarono, loro volta, di rivolgersi direttamente al Barbarossa, mantenendo contemporaneamente in armi il proprio esercito, malgrado il trattato di pace, che avevano dovuto sottoscrivere dopo la sconfitta, lo vietasse esplicitamente. Questa volta l'imperatore, per sua opportunità politica, accettò di sostenere i diritti di Bergamo che vennero imposti e resi effettivi ed operativi (sulla carta) nel 1158 alla seconda Dieta di Roncaglia. I bresciani intanto, ben informati delle trattative tra gli ambasciatori di Bergamo e l'imperatore, certi che lo stesso Barbarossa avesse già maturato l'idea di modificare la sua precedente sentenza, si erano rivolti all'altra somma autorità (anche temporale) di allora: papa Adriano IV che, per contrapposizione alla crescente invadenza politica del monarca tedesco sul suolo italiano, divenne uno strenuo sostenitore dei diritti dei bresciani. Ben sapendo che in gioco, tra papato e impero, vi erano interessi ben maggiori delle semplici diatribe sulle terre di Volpino e che le dispute e i cavilli legali discussi nei tribunali dell'impero non avrebbero dato alcun esito favorevole alle loro rivendicazioni, i Bresciani pensarono di agire in proprio e fortificarono le difese e le mura del castello di Volpino. Fu una operazione certamente opportuna, ma che risultò completamente inutile, poiché i Bergamaschi, con un ardito colpo di mano conquistarono la rocca nel 1162, alleandosi anche di fatto sul campo di battaglia alle truppe del Barbarossa che era impegnato nella cruenta lotta contro Milano (e altre città lombarde) e che voleva avere le spalle ben sicure e protette. Essendo Brescia (nemica storica di Bergamo) alleata di Milano, il Barbarossa cercò di colpirla direttamente nel suo territorio.

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