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IX
In
città, dopo un breve periodo di lotte intestine tra le famiglie
più in vista e più importanti, il vescovo-principe Berardo Maggi
era riuscito a riunire nelle sue mani sia il potere politico che
quello religioso. Era divenuto dunque il vero e incontrastato signore
di una Brescia pacificata sotto il Vangelo ma specialmente sotto
la paura delle sue armi. Il potere vescovile venne subito esteso
e reso effettivo anche alle periferiche tumultuose e irrequiete
terre del contado e della provincia. Una delle prime azioni politico-militari
di questo vescovo-principe fu di rinforzare in Valle Camonica la
parte guelfa, a lui nettamente favorevole. Procedette a nuove investiture
e alla concessione di privilegi a chi, appoggiandosi a Brescia,
per interesse o invidia, non sopportava il peso dei signorotti ghibellini
che avevano avuto altri privilegi dall'arbitrato milanese. Forse
per questa esclusione, da nuovi vantaggi economici e politici, che
immediata e violenta fu la reazione del partito dei Federici, rimasti
fuori, per la loro vicinanza alla signoria di Milano, dalle varie
nuove nomine e prebende bresciane: nel 1301 ricomparvero in molti
paesi della valle degli uomini armati e pronti a combattere contro
le truppe del vescovo di Brescia. La repressione ordinata dal Maggi
fu rapida, ma, pur violenta, sanguinaria e volutamente radicale
non fu sufficiente a distruggere totalmente i ghibellini camuni
e sebini ma contribuì a indebolirne momentaneamente il loro potere
locale. Per alcuni anni la situazione rimase abbastanza stabile
e fossilizzata ma, sotto una apparenza di normalizzazione covava
forte e non sopito fermento e una diffusa fronda nei confronti dell'invadenza
e della rapacità bresciana. Per complicare ulteriormente una situazione
già di per se ingarbugliata i Ghibellini camuni, in difficoltà militare
e politica, appena le condizioni lo permisero, chiesero aiuto ad
Arrigo VII che nel 1311 era sceso a Milano per esservi incoronato
re. Questi, per avversione al papato e ai vescovi-principi, riconfermò
alla Valle Camonica le concessioni già fatte dal Barbarossa nel
1164, ne ribadì l'indipendenza da Brescia, ne assunse la "diretta
e alta" protezione ed inviò in valle un suo rappresentante. Fu dall'anno
successivo (1312), con le varie nomine imperiali ai signori e duchi
d'Italia fedeli ad Arrigo, che cominciò ad estendersi anche sul
territorio bresciano (e sulle sue valli) il potere di Cangrande
della Scala, nominato Vicario Imperiale dallo stesso Arrigo VII.
I ghibellini camuni, sempre pronti ad allearsi con chiunque fosse
disposto a contrastare i poteri bresciani, favorirono il disegno
politico di espansione territoriale di Cangrande e nel 1319 un podestà
di valle, nominato dal signore di Verona, pronunciò una prima sentenza
in nome suo. Era il riconoscimento ufficiale che il Vicario imperiale
era di fatto il nuovo padrone. Per dimostrare la comunanza (anche
con matrimoni e accordi commerciali) tra i Federici e Cangrande
lo stemma scaligero fu scolpito accanto a quello dei Federici sul
portale del castello di Gorzone. Per un ventennio la situazione
rimase abbastanza stabile ma decisamente più debole dovette essere,
sulla Valle Camonica, il potere di Mastino della Scala, dato che
nel 1337 il Consiglio di Valle, non volendo più essere assoggettato
al signore Veronese, mandò ambasciatori a Milano, ad Azzone Visconti,
per sollecitarne la protezione.
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