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VIII
La più attiva in questo scontro politico fu proprio la fazione ghibellina,
che guidata da alcuni dei più imporatnti dei Federici, ben presto
riuscì ad ottenere una prevalente posizione di potere, contrastando
l'azione politica del Vescovo bresciano che invece tendeva a consolidare
i numerosi privilegi ecclesiastici in Valle. La situazione generale
di particolare instabilità, di rifiuto di assoggettarsi ai delegati
curiali, fece si che la stessa Curia di Brescia dovette intervenire
direttamente assicurando la sua presenza in valle con la forza non
del crocefisso ma delle armi (cosa che molte volte, senza nessun
scandalo, si sovrapponeva). A Montecchio, uno dei centri allora
più ricchi dell'intera Valle Camonica, tanto che erano presenti
ben 6 chiese e molte abitazioni avevano il tetto ricoperto da tegole
o coppi o lastre di pietra invece che (come allora era uso ovunque)
con paglia. Montecchio era strategicamente importante anche per
il ponte che attraversava l'Oglio e per il castello sul Monticolo:
qui fu sanguinosamente domata una rivolta di nobili camuni. Dal
1248 il vescovo, non fidandosi a delegare in loco le principali
cariche civili e militari (oltre a quelle religiose) nominò direttamente
un suo rappresentante a reggere, in qualità e con la nomina di Sindaco,
quel comune molto importante poiché, comprendendo Darfo, Corna e
Gianico, costituiva la porta d'accesso all'intera Valle Camonica
e alla confinante e collegata Val di Scalve. Le imposizioni, le
tasse, i balzelli, le prebende e le pretese di Brescia sulla Valle
Camonica segnarono però l'inizio di una lunga serie di aperte lamentele
che ben presto si trasformarono in forte ostilità e in una serie
di cruente ribellioni che portarono ad altri lutti e vendette. Il
culmine della lotta armata fu nel 1288 quando i Ghibellini camuni,
guidati da numerosi rappresentanti e famigli delle due casate più
importanti della valle: i Federici e i Celèri, fecero strage dei
guelfi di Pisogne, inseguendo i superstiti fino al castello degli
Oldofredi di Iseo, aperti sostenitori del vescovo di Brescia e degli
interessi di quella curia. Brescia rispose immediatamente alla disfatta
mettendo al bando gli aggressori. Questi però, al sicuro nelle loro
case fortificate, nei loro castelli e appoggiati dalla popolazione
locale nonché facilitati, nella difesa delle loro postazioni, dall'asprezza
naturale della valle, continuarono indisturbati le loro rappresaglie,
dimostrando come il Comune e la Curia bresciani fossero impotenti
a domare la rivolta con la sola forza delle proprie armi e delle
scomuniche. La lotta durò ancora una volta a lungo con vari scontri
armati che nulla risolsero e allora si dovette ricorrere ad un arbitraggio,
ma, diffidando, entrambe le parti, sia dei delegati imperiali sia
dei nunzi indicati dal papato venne, di comune accordo, accettato
come giudice il signore di Milano Matteo I Visconti che, nel 1291,
compose salomonicamente la vertenza accogliendo in parte le richieste
dei Federici e dei loro alleati nominando un podestà per la Valle
Camonica. Con questo diretto intervento del Visconti, nelle vicende
interne della Valle Camonica, si erano poste tutte le premesse per
la futura conquista e occupazione della valle da parte del duca
di Milano. Prima però si dovette assistere ad una nuova rivolta
dei Camuni contro Brescia.
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