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VII
Ancora
una volta la vittoria fu delle armi Bresciane che, questa volta,
ebbero anche l'importante appoggio di molti armati provenienti dalla
Valle Camonica. Rudiano era un località nei pressi di Cividate al
Piano e per attraversare l'Oglio fu gettato, dalle truppe bergamasche
aiutate da quelle cremonesi, un ponte su cui le schiere avrebbero
dovuto passare per cogliere di sorpresa i bresciani. Così non fu
e le truppe di Brescia avvisate delle manovre dei nemici sconfissero
gli avversari che, fuggendo disordinatamente, si ammassarono sul
piccolo ponte che cedette: e nelle profonde acque dell'Oglio precipitarono
molti uomuni armati con le pesanti corazze, cavalli e carriaggi.
Fu una strage a cui assistette e partecipò direttamente anche Obizio
da Niardo che si trovava sul ponte al momento del crollo mentre
inseguiva gli sconfitti. Obizio rimase intrappolato tra le travi
semi sommerse dall'acqua e per lungo tempo chiamò aiuto senza che
nessuno lo sentisse. Alla fine, stremato si assopì e intriso della
mistica religione del tempo sognò di scendere all'inferno e di vedere
cose orrende. Tratto in salvo da alcuni amici, Obizio frastornato
dalla vicenda, tornò a casa e chiese alla moglie, la contessa Triglissenda
e ai suoi quattro figli, di liberarlo da ogni vincolo familiare
e donata ai poveri gran parte delle sue rilevanti sostanze, lasciata
al comune di Breno una ingente somma per la costruzione di un solido
ponte sull'Oglio (il famoso ponte Minerva a sud di Breno che tanta
importanza, anche politica, ebbe in seguito nelle vicende camune)
si ritirò nel monastero di Santa Giulia a Brescia. Ma anche la vittoria
di Rudiano non bastò a risolvere, una volta per tutte, l'annosa
questione. L'anno seguente un editto di Enrico VI, che era succeduto
al Barbarossa, morto in oriente, definì i confini del territorio
bresciano assegnando definitivamente Volpino a Brescia mentre Sarnico
e Caleppio furono posti sotto Bergamo. La Valle Camonica venne posta
sotto "l'alto patronato" di Brescia, dalla quale mantenne però una
certa autonomia amministrativa e indipendenza fiscale. Questa situazione
politica e territoriale favorì il gioco dei feudatari locali che,
divisi in guelfi (filo-bresciani) e ghibellini (indipendentisti
e legati politicamente e con vassallaggio all'impero), cominciarono
a battersi aspramente per il predominio in valle, cercando di guadagnare
alla loro causa il favore popolare con alcune concessioni, come
attestano gli accordi di Pisogne nel 1195 e di Montecchio nel 1200.
Le due fazioni divisero le grandi famiglie dalla valle in due netti
schieramenti che in modo sanguinoso si scontrarono direttamente
in varie occasioni. Tra i Guelfi, molto radicati nella media Valle
Camonica, erano annoverate le più antiche famiglie nobiliari camune
di origine bresciana: i Nobili di Lozio, i Lupi e Camozzi di Borno,
i Beccagutti di Esine, gli Antonelli di Cimbergo, i Magnoni a Malonno,
i Ronchi e gli Alberzoni di Breno, i Palazzo e i Sala di Cividate,
i Griffi a Losine, i Pellegrini e i Bottelli a Grevo mentre i Ghibellini
erano rappresentati specialmente dai vari rami in cui si era divisa
la prolifica e potente famiglia dei Federici che avevano, in poco
tempo, "piazzato" propri appartenenti nei principali paesi e castelli
della bassa e alta Valle Camonica: a Montecchio, Erbanno, Gorzone,
Artogne, Volpino, Vezza e Mù.
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