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IV
Dunque
il controllo diretto dalla lontana terra di Francia, era andato
progressivamente diluendosi e poi estinguendosi e questo stato di
fatto tornava logicamente a tutto vantaggio del Vescovo di Brescia,
massima autorità politico-religiosa, che raccolse totalmente l'importante
eredità dell'infeudamento carolingio, divenendo, con questo, l'arbitro
delle accese contese e il dispensatore, fra le più ricche famiglie
bresciane, delle investiture nei numerosi feudi camuni. In questa
lotta prevalse, per un certo tempo, l'antica e potente famiglia
bresciana dei Martinengo che ottenne, dallo stesso vescovo, vasti
possedimenti in valle. Non essendoci comunque una forte struttura
centrale a cui fare riferimento diretto, la situazione politica
rimase piuttosto fluida e ingarbugliata per secoli, sempre aperta
a nuovi contrasti, a faide, a rivendicazioni, a vendette, a soprusi
e a sopraffazioni che, a volte, degeneravano in vera e propria guerra
aperta. Innumerevoli furono gli episodi, che potrebbero essere raccontati
e che numerosi autori di storia locale hanno riportato. Si trattava
di continui scontri, anche sanguinosi, tra le più antiche e ricche
famiglie camuno-sebine, che si appoggiavano di volta in volta, a
seconda delle proprie necessità e interessi, a qualche potente (imperatore,
papa, duca, vescovo o principe) facendolo intervenire anche direttamente.
Oltre agli innumerevoli "scontri" a Borno (con gli Scalvini), a
Erbanno, Esine, Breno, Edolo, Cemmo, Paspardo, Mù, Vezza, Malonno,
Bienno, Lozio, Angolo, ecc., forse la vicenda più significativa
è quella che si riferisce alla lunghissima e cruenta questione per
il possesso del feudo di Volpino posto a cavallo della riva nord
del lago d'Iseo e all'imbocco della Valle Camonica. Da semplice
questione ereditaria tra famiglie (imparentate tra loro) divenne
una lunga e sanguinosa guerra tra potenti città e grandi feudi con
l'intervento addirittura dell'impero e del papato, di eserciti e
flottiglie lacustri, di cavalieri e santi. Le terre di Volpino avevano
anche una particolare importanza strategica e militare, che andava
ben oltre il puro possesso territoriale. La sua collocazione geografica
e dunque la possibilità di controllare con le sue rocche e ponti
i commerci e gli scambi la facevano di fatto la porta di accesso
da sud all'intera Valle Camonica e alle sue importanti vie di transito
per la Val Tellina e il centro Europa . La storia della "questione"
di Volpino era nata a seguito delle continue discordie tra l'antichissima
famiglia di Giovanni Brusati, feudatario di Volpino, Qualino e Ceratello,
politicamente e tradizionalmente appoggiata e legata a Brescia e
al suo vescovo principe e la confinante (e consanguinea: erano cugini
!) famiglia di Gislinzone Mozzi, spalleggiata e protetta dal comune
di Bergamo e dalle famose famiglie bergamasche dei Colleoni e dei
Ficeni. Nel 1126 Giovanni Brusati decise di vendere la sue terre
poiché, per rispettare un giuramento, voleva recarsi alla crociata
in Palestina, offrendole per antico diritto di prelazione al vescovo
di Brescia, che però, in notevoli ristrettezze economiche si vide
costretto a rifiutare l'offerta. Allora il Brusati, in necessità
di denaro, si rivolse al Comune di Bergamo che, in breve tempo,
concluse l'affare.
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